Un nuovo anno pastorale ci chiede di ripartire con realismo, fiducia e maggiore corresponsabilità.
Settembre torna a chiamarci per nome. Dopo l'estate, dopo gli oratori estivi, i campi in montagna e le ferie, la vita della nostra comunità riprende il suo passo ordinario: catechismo, gruppi, incontri, la scuola che ricomincia per i più piccoli. È un ricominciare che conosciamo bene, quasi un rito che si ripete ogni anno. Ma quest'anno vorrei che questo ricominciare non fosse solo abitudine: vorrei che fosse un'occasione per guardare in faccia la realtà così com'è, senza illuderci che basti ripartire "come sempre" per stare bene. Abbiamo appena celebrato Sant'Alessandro, il nostro patrono di Fara. Alessandro era un soldato romano che ha pagato con la vita la fedeltà a un Signore che amava e che considerava più grande di qualunque potere terreno. La sua festa non è stata un pretesto per la sagra, che pure ci fa bene, perché una comunità che si ritrova insieme, mangia insieme, fa festa insieme è già un piccolo segno di Vangelo, ma è soprattutto una domanda che ci lascia addosso: a cosa siamo disposti a restare fedeli, noi, quando le cose si fanno più difficili e meno comode di prima? Perché le cose, in questi mesi, sono diventate più difficili. Don Alessandro Giannattasio, con nostro grande dispiacere, è stato trasferito a Groppello e la nostra comunità pastorale si trova a camminare con un prete in meno. Non è un dettaglio organizzativo: è un cambiamento che tocca la vita reale delle tre parrocchie, i tempi delle Messe, la possibilità di essere presenti come prima in ogni situazione, in ogni bisogno.
Sarebbe disonesto, da parte mia, presentarvi questo passaggio come se nulla fosse cambiato. È cambiato, e cambierà ancora. La tentazione, di fronte alla fatica, è quella di continuare a fare tutto come prima, magari con un prete in meno ma con lo stesso numero di Messe, gli stessi orari, gli stessi impegni moltiplicati su spalle più strette. Sarebbe un errore, e alla lunga un danno per tutti: per i sacerdoti, che si consumerebbero rincorrendo un modello che non regge più, e per voi, che rischiereste di ricevere una presenza affannata invece che una presenza vera.
Non possiamo più fare le cose come si facevano prima. Dobbiamo avere il coraggio di rivedere insieme il numero e la collocazione delle Messe, le attività, i ritmi delle tre comunità, non per rassegnazione ma per fedeltà a quello che conta davvero: annunciare il Vangelo e stare accanto alla vita della gente, bene, non ovunque e comunque. In questo inizio di cammino ci accompagna, a fine settembre, la festa di San Michele Arcangelo. Il suo nome, in ebraico, è una domanda: "Chi è come Dio?". San Michele è la figura di chi non si affida alle proprie forze, ma resta saldo perché sa a chi appartiene la vittoria. Anche noi, come comunità, non ce la faremo contando solo sulle nostre forze, sul numero dei preti o sulla quantità delle iniziative. Ce la faremo se sapremo affidarci, e se sapremo, come san Michele, scegliere ciò che conta e lasciare andare il resto senza paura. Non nascondo che questo settembre chiede a tutti noi, preti e laici, un supplemento di responsabilità e di fiducia reciproca. Nel prossimo mese, come Consiglio Pastorale e nei singoli gruppi, cercheremo insieme le scelte più giuste per questa nuova fase: quali Messe, quali orari, quali priorità. Non sarà un lavoro solo mio o solo dei sacerdoti: è un lavoro che riguarda la comunità intera, chiamata a diventare più corresponsabile, non per supplire a chi manca, ma perché è così che la Chiesa è fatta fin dall'inizio, un corpo con molte membra, non un servizio erogato da pochi a molti. Ricominciamo, dunque. Non fingendo che nulla sia cambiato, ma con la fede di chi sa che il Signore continua a camminare con noi anche, anzi soprattutto, quando le strade si fanno più strette.