Lascia rotolare la pietra: la Pasqua è un invito a vivere davvero.
C’è una parola che la liturgia pasquale ripete incessantemente, quasi come se temesse che potessimo dimenticarla: vita. Non sopravvivenza, non una vita mediocre, non un’esistenza appassita. Vita. Piena, traboccante, inaspettata!
La Risurrezione di Gesù non è un evento confinato al sepolcro vuoto di Gerusalemme quella mattina di duemila anni fa. È un terremoto silenzioso che, se glielo permettiamo, continua a scuotere il nostro cuore ogni giorno.
Il sepolcro che costruiamo noi stessi
Tuttavia, c’è un problema. Siamo maestri nella costruzione di sepolcri. Li costruiamo con pazienza, mattone dopo mattone, e poi ci abitiamo dentro come se fossero case. Li costruiamo con le nostre paure: la paura di non essere all’altezza, di essere giudicati, di perdere ciò che abbiamo, la paura di amare, la paura di restare senza risposte. Paure che, col tempo, si trasformano in muri, distanze, silenzi.
Li costruiamo con le nostre meschinità: i rancori che coltiviamo come braci che ci tengono compagnia, le gelosie e le invidie che ci avvelenano il cuore, il nostro bisogno di avere sempre ragione, la fatica a chiedere scusa, l’incapacità di meravigliarci del bene altrui senza sentirci diminuiti.
Li costruiamo con le nostre rassegnazioni: quel «tanto non cambia niente» che ci convince che la pietra sul sepolcro sia inamovibile.
La pietra rotolata via
La prima notizia di Pasqua non è «Gesù è vivo», ma che «la pietra è stata rotolata via». Gesù ha già compiuto il lavoro più pesante. Non ci viene chiesto di spostare da soli il macigno delle nostre chiusure - quello sarebbe al di là delle nostre forze. Ci viene chiesto di entrare, di guardare dentro, di non restare sulla soglia per paura di quello che potremmo trovare (o non trovare).
La Risurrezione è un invito a non accontentarci del sepolcro. Non come rimprovero, ma come promessa: siamo fatti per qualcosa di più grande di questa prigione che ci siamo costruiti con le nostre mani per sentirci al sicuro.
Risorti dalle paure
Risorgere dalle proprie paure non significa diventare sfrontati. Significa smettere di lasciarle decidere al posto nostro. Significa alzarsi la mattina e scegliere, anche a fatica, di andare incontro alla Vita invece di aspettare che la vita passi. Il Risorto appare a chi cammina, a Maddalena che piange, ai discepoli che corrono: tutti in movimento, nessuno fermo ad aspettare che la situazione si sistemi da sola. La Risurrezione è per noi, è per chi cammina, anche incerto, anche nel dolore.
E poi c’è la parte più difficile: risorgere da sé stessi. Dalle proprie piccole cattiverie, dalla stanchezza morale che ci fa scegliere la comodità invece della carità, dall’abitudine di misurare tutto, anche il perdono, anche gli altri. Risorgere dall’aver perso la speranza. Pietro aveva rinnegato Gesù tre volte. Eppure, è anche a Pietro che il Risorto si mostra. La Risurrezione non raggiunge i perfetti. Raggiunge anche chi ha sbagliato e non ha ancora smesso di cercare la pace.
Per questa Pasqua vorrei farvi gli auguri di risurrezione vera. Non la contentezza di facciata, non il «va tutto bene» di circostanza. Ma il coraggio di lasciare rotolare via almeno una pietra - una paura, un rancore che stanca, una rassegnazione che mente - e di fare un passo verso la Luce. Il sepolcro è vuoto quindi si può vivere con Gesù, che è vivo!