Noi sacerdoti siamo qui (anche) per questo

Cari amici, abbiamo da pochi giorni celebrato la Festa di Pentecoste. C'è un'immagine nel Vangelo di Giovanni che abbiamo letto quest’anno che mi ha molto colpito. 

I discepoli sono chiusi in una stanza. Porte sbarrate. Il testo dice «per timore» ma quella paura potremmo chiamarla in tanti modi: stanchezza, delusione, vergogna, dolore. Quando si sta male, la prima reazione è quasi sempre quella di chiudersi. Tirare su i ponti levatoi. Fare finta che vada tutto bene. Portare il peso da soli, in silenzio, sperando che prima o poi passi. Lo conosciamo bene questo meccanismo perché lo facciamo tutti.

E Gesù passa attraverso le porte chiuse. Notate: non bussa ma entra. E la prima cosa che dice non è un rimprovero. Dice: «Pace a voi». Poi soffia su di loro e dona lo Spirito Santo, quello stesso respiro che nella Genesi aveva trasformato la polvere in vita.

Lo Spirito Santo non è una forza magica che risolve i problemi dall'esterno. È una presenza che trasforma dall'interno, che prende la paura e la apre, che prende il cuore chiuso e lo rende capace di uscire, di parlare, di chiedere aiuto.

La Pentecoste ci dice una cosa semplice e difficile allo stesso tempo: non siamo fatti per stare soli con il nostro dolore. Siamo fatti per relazionarci con Dio e con gli altri. 

Chiudersi non protegge ma ci isola. E nell'isolamento il peso diventa sempre più pesante, le porte sempre più spesse, l'uscita sempre più lontana.

Se stai attraversando un momento difficile, in famiglia, nella salute, nel lavoro, dentro di te, trova il coraggio di aprire almeno una porta. Non devi raccontare tutto a tutti. Basta una persona di fiducia, una parola vera, un momento di onestà. Spesso è lì che comincia qualcosa. E ricordati che i tuoi sacerdoti ci sono anche per questo. Siamo fiduciosi perché sappiamo che lo Spirito Santo soffia ancora, anche nelle stanze più chiuse!


Il vostro parroco, don Andrea