Dal buio alla luce della vita: la gioia della Pasqua

 Con la Pasqua Gesù Cristo sconfigge la morte e risorge a vita nuova e solo la religione cristiana può festeggiare la risurrezione del proprio Dio. Con il Natale, il Dio figlio si incarna assumendo su di sé la natura umana, mantenendo al contempo la natura divina.

Filippesi 2: Cristo Gesù pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini, apparso in forma umana umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.

Umanamente si potrebbe pensare che Gesù abbia fallito la sua missione con la morte in croce. Sul Golgota i discepoli erano scappati, rimasero solo Maria Madre di Gesù ed il discepolo amato Giovanni. Marco 14: Voi tutti sarete scandalizzati perché è scritto: “Io percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse”.

Ci ha insegnato che la morte non ha l’ultima parola, Dio Padre si è ricordato della sua promessa; sempre Filippesi 2: Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

Gesù ha dovuto passare dalla passione e dall’infamia della croce per realizzare il progetto d’amore e di salvezza del Padre per i suoi figli. Nel canto del servo sofferente di Isaia 53: “Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti”.

Nel Credo si dice che dopo la morte Gesù è disceso agli inferi per riscattare tutti gli uomini dopo aver preso su di sé il peccato di tutti gli uomini.

Con la Pasqua Gesù Cristo ha sconfitto la morte e ci ha condotti alla salvezza. Siamo chiamati a vedere la morte non come qualcosa di terribile e sovrumano, ma come un passaggio per giungere finalmente alla vita eterna; questo è l’insegnamento della Pasqua. 

La Pasqua va vissuta come un passaggio di liberazione dal nostro uomo vecchio a nuova creatura, questo non può avvenire dall’oggi al domani, ci è richiesto un periodo di preparazione quale è la Quaresima, durante il quale siamo chiamati alla conversione dei peccati ed alla ricerca di una vita nuova.

La Pasqua come passaggio ha bisogno di tempo, immaginiamo che dopo la morte in croce di Gesù, i suoi discepoli siano, stati sgomenti smarriti, senza una guida; fino al giorno della Risurrezione. Nella fase dell’attesa non bisogna perdere la speranza, bisogna vegliare ed avere confidenza nelle sue parole.

Può succedere anche all’uomo di oggi, nel momento della prova, come a Gesù nel Getsemani il quale dice: “Passi da me questo calice” (Marco 14), non si vuole affrontare il dolore oppure sulla croce quando Gesù quasi bestemmia contro il Padre: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” (Marco 15), prova il silenzio di Dio alle nostre invocazioni.

Ma poi arriva la gioia della Pasqua che nasce dall'incontro con il Gesù Risorto, che trasforma la paura e il lutto in speranza e annuncio. È la gioia di una vita nuova, dove la morte è vinta e Dio è vicino per sempre, spingendo i discepoli a testimoniare la vittoria dell'amore. 

In Giovanni 20, Maria Maddalena passa dal pianto alla gioia riconoscendo Gesù, che la chiama per nome, affidandole l'annuncio della Risurrezione.

La Pasqua segna il passaggio dal buio alla luce. La presenza di Gesù risorto libera dalla paura della morte e offre una gioia che il mondo non può dare, basata sulla sua promessa di rimanere "con noi tutti i giorni".

La Pasqua è un ossimoro: è morte e vita, umiliazione e vittoria, dolore e gioia. perché la gioia è il culmine della Pasqua. Sarebbe disastroso non arrivare a quel culmine, ma fermarsi alla tristezza della croce: il nostro vero problema è quello di salire fino alla cima del colle pasquale.

La gioia non la si può avere senza un umile riconoscimento della propria pochezza e della propria insufficienza: la pace non è un prodotto delle mani dell’uomo, ma di Dio.

Noi cristiani sappiamo che la gioia è una grazia pasquale, che deve essere accolta e nutrita, ma di nuovo, con altri doni che vengono dall’alto: il Vangelo, il pane eucaristico, le ispirazioni, i doni dello Spirito.

La gioia è il fine ultimo dell’esistenza umana. Forse è una delle cose più universali: tutti gli uomini vogliono essere felici e avere gioia. Essi hanno sete di felicità, di sviluppo, di potenziamento, di crescita, di elevazione, di pienezza, di un approdo all’autenticità e alla beatitudine. Tutto questo ci dice che l’uomo è un essere itinerante, un pellegrino. 

Non si tratta dunque di amministrare la gioia, ma di partire alla sua ricerca a mani aperte, sapendo che, mentre la cerchiamo, Dio ce la dona con generose misure anche se spesso sotto vesti non sempre riconoscibili.

Ancora adesso il Cristianesimo ha il suo distintivo nella gioia. Perciò, siccome Dio non può essere trovato se non nell’uscire da sé stessi e nel darsi all’altro, l’altruismo è l’unica via alla gioia autentica. La gioia è il frutto di un’armonia che noi abbiamo con noi stessi, con gli altri, con le cose che ci circondano. 

Noi cristiani abbiamo una missione speciale da compiere: quella di ricordare il fascino del Vangelo, il carattere festivo del Cristianesimo, la bellezza della sequela di Cristo. Potremo diffondere la gioia intorno a noi se la possederemo in modo stabile e in misura sovrabbondante, se porremo in essa profonde radici. 

Credere all’efficacia dell’amore. Se vogliamo che la gioia non invecchi in noi e soprattutto che non muoia, dobbiamo entrare nella logica del dono pasquale, preoccupandoci più di amare che di essere amati e sforzandoci di avere un’anima sempre aperta a nuove esperienze. Dobbiamo soprattutto impegnarci ad acquisire una più fondata e più vasta speranza, senza la quale – è fin troppo evidente – non è possibile la gioia.


Danilo Tironi